Capire il ritmo di un’azienda

Federico Mainardi

Recruiter

Quando valutiamo una nuova opportunità lavorativa, siamo portati a concentrarci su aspetti concreti come lo stipendio, la distanza da casa, gli orari, i benefit e molto altro ancora. Queste rappresentano tutte informazioni certamente importanti, ma raramente raccontano come si vive e si lavora all’interno di un’azienda.

Esiste infatti un elemento spesso trascurato che, una volta all’interno di un’azienda, può incidere in modo rilevante sulla qualità dell’esperienza lavorativa: il ritmo, in quanto ogni organizzazione ha un proprio modo di scandire le giornate.

Ci sono realtà in cui tutto viene pianificato con largo anticipo, dove i processi vengono definiti a priori, le attività seguono un programma preciso e gli imprevisti rappresentano un’eccezione. Altre invece, vivono di continui cambi di priorità, richieste improvvise, decisioni rapide e situazioni che richiedono costante flessibilità. Nessuno dei due approcci è migliore dell’altro, semplicemente non sono adatti a tutti. Ci sono figure che si sentono a proprio agio all’interno di ambienti dinamici, dove ogni giornata è diversa dalla precedente e dove la maggiore velocità rappresenta uno stimolo più che un ostacolo. Altre, riescono invece a sfruttare al meglio la propria potenzialità grazie all’organizzazione, all’approfondimento delle attività e al lavoro continuo. Il problema è che questo spesso viene scoperto solamente dopo l’inserimento.

Durante un colloquio si tende a concentrarsi sulle responsabilità del ruolo, sugli strumenti che vengono utilizzati, sulle prospettive di crescita o su come è organizzato l’ufficio, mentre molto più raramente l’attenzione viene rivolta al ritmo reale delle giornate, nonostante questo sia uno degli elementi che, nel tempo, influisce maggiormente sul benessere lavorativo. Quante volte si sente dire dalle persone che lasciano la propria azienda perché “troppo frenetica” o, al contrario, perché il lavoro è diventato troppo lento e ripetitivo? Nella maggior parte dei casi non è una questione di competenze, ma di compatibilità tra il modo di lavorare delle persone e quello dell’azienda. Basti pensare, ad esempio, a chi arriva da una grande azienda strutturata con l’obiettivo di inserirsi in una realtà più piccola. Il contesto che si troverebbe davanti, potrebbe essere caratterizzato da decisioni rapide, ruoli meno definiti e dalla necessità di essere in grado di adattarsi a qualsiasi tipo di richiesta.

Per alcuni questo può essere stimolante, mentre per altri può essere una forma di pressione continua, e tutto ciò vale anche nella situazione opposta. Chi è abituato a lavorare in contesti rapidi potrebbe vivere con difficoltà un’organizzazione caratterizzata invece da procedure complesse, tempi decisionali più lunghi e una pianificazione molto rigida. 

Il ritmo, quindi, non riguarda solamente la quantità di lavoro. Riguarda il modo in cui vengono definite le priorità, la frequenza con cui gli obiettivi cambiano, il livello di autonomia richiesto, il rapporto con i responsabili, la gestione delle urgenze e persino il modo con cui si comunica all’interno dell’azienda. Questi, sono tutti aspetti che difficilmente troveremo scritti in un annuncio di lavoro, ed è questo il motivo per cui il colloquio rappresenta un’occasione preziosa non solo per raccontare chi siamo, ma anche per osservare. Osservare il linguaggio utilizzato dall’intervistatore.

Osservare gli esempi che vengono portati. Osservare quali caratteristiche vengono valorizzate e quali situazioni vengono invece descritte come abituali. Se durante il colloquio vengono spesso utilizzate parole come “rapidità”, “urgenza” o “flessibilità”, aumenta la probabilità di trovarsi davanti a un ambiente caratterizzato da un ritmo sostenuto. Se, al contrario, si parla di pianificazione, programmazione e organizzazione, è probabile che il contesto segua regole diverse. Anche le domande che poniamo possono aiutarci a comprendere al meglio l’azienda. Chiedere come si svolge una giornata tipo, quali sono le priorità e come queste vengono gestite o come vengono affrontate le situazioni impreviste permette di raccogliere informazioni molto più utili rispetto a domande generiche.

Ovviamente, ogni azienda affronta periodi diversi. Esistono momenti caratterizzati da una maggiore intensità, picchi di lavoro o progetti particolarmente impegnativi, ma ogni azienda tende comunque ad avere un proprio ritmo prevalente, ed è un aspetto che le persone percepiscono molto rapidamente. Quando il nostro modo di lavorare è in sintonia con quello dell’organizzazione, le difficoltà vengono affrontate con maggiore naturalezza e semplicità.

Quando invece i ritmi sono profondamente diversi, anche un ruolo interessante può diventare faticoso nel giro di poco tempo.

Per questo motivo, quando valutiamo una nuova opportunità, può essere utile affiancare a una domanda molto comune un’altra riflessione. Non solo “Questo lavoro mi piace?” Ma “Questo è un modo di lavorare nel quale riesco davvero a dare il meglio di me?” La risposta non si trova solamente all’interno della job description, ma si costruisce osservando, ascoltando e ponendo le domande giuste.

Il ritmo di un’azienda non è un dettaglio nascosto, ma una scelta organizzativa precisa, e riconoscerla prima di accettare un’offerta significa scegliere con una consapevolezza maggiore il contesto nel quale trascorreremo buona parte delle nostre giornate. 

Vuoi ricevere tutti i nostri contenuti in anteprima? 

Iscriviti alla newsletter di RCI Group per ricevere tanti contenuti gratuiti.

Parliamo di risorse umane, recruiting, comunicazione, organizzazione aziendale e tanto altro…

Altri articoli

Il tempo nelle politiche HR

Quando si parla di benessere organizzativo, di solito pensiamo a cose concrete: welfare, smart working, flessibilità, formazione. Strumenti importanti, certo. Ma c’è un aspetto che incide sul benessere molto prima di qualsiasi benefit: è il modo in cui l’azienda gestisce il tempo.

leggi »

Il senso come leva di continuità

Trattenere le persone in azienda non dipende solo da benefit, welfare o retribuzione. Sono strumenti importanti, ma la continuità nasce spesso da qualcosa di più profondo: il senso che le persone attribuiscono al proprio lavoro e la qualità della relazione costruita con l’organizzazione.

leggi »

La leadership non si racconta: si osserva

Parlare di leadership porta molto spesso a pensare a una posizione gerarchica o a un ruolo ben definito all’interno dell’organigramma. In realtà, la leadership si manifesta molto prima — e molto al di là — del titolo che si ricopre. Non è qualcosa che inizia quando si diventa responsabili, né qualcosa che si esaurisce nel coordinare un team. La leadership è, prima di tutto, un modo di stare nel lavoro.

leggi »

Leadership e coerenza organizzativa

Quando si parla di leadership, il rischio è concentrarsi sempre sulla persona: il carattere, come comunica, l’autorevolezza, il modo di gestire il team. Cose importanti, certo. Ma spesso ci si dimentica una domanda molto più pratica e organizzativa: l’azienda crea davvero le condizioni perché la leadership possa funzionare?

leggi »

Quando l’identità guida le scelte HR

Si parla spesso di comunicazione aziendale, di valori e di come raccontarsi all’esterno. Prima ancora di comunicare, però, c’è un passaggio che molte aziende saltano o danno per scontato: capire davvero chi sono.

leggi »